Urla la semplicità di Leonardo Spada Spadavecchia
«Don Bosco ci insegna anzitutto a non stare a guardare, ma a porsi in prima linea per offrire ai giovani un’esperienza educativa integrale»: la semplicità, onesta, felicità identità e a quel sogno che in lui vive. E’ questo scrive Papa Francesco al Rettor Maggiore dei Salesiani, in occasione del bicentenario della nascita di Don Bosco.
Se adesso mi accingo a cercare di spiegare (almeno ci provo).
Fin da piccolo don Bosco ha avuto la passione di cercare i ragazzi delle cascine vicine alla sua, di incontrarli, di metterli insieme per passare allegramente il tempo; ed è lui il capo banda, l’animatore, il centro di ogni piccola o grande impresa; ha il temperamento del leader. Ma non manca mai di suggerire una parola, di fare una riflessione, di offrire un consiglio che, chiaramente, si ispirano alla fede. Comunica Dio con semplicità, nel linguaggio dei ragazzi e in un clima di gioia. Merita ancora di essere sottolineato il fatto che Don Bosco ha portato questo mistero della sua unione profonda con Dio sotto l ’esteriore della più assoluta semplicità. Ha dato al suo manuale il suo profondo marchio personale: la semplicità e concretezza dello stile e il suo concetto della santità giovanile.
Ma cosa è la semplicità?
La semplicità è la virtù delle anime grandi, che la semplicità è un dono il quale ci guida direttamente a Dio ed alla verità senza fasto, senza finzioni, senza umano rispetto, senza mira del proprio interesse.
La semplicità è armonia. Lo sanno i più grandi artisti, i più bravi scrittori, i migliori filosofi.
La semplicità è eleganza. Non solo nell’abbigliamento, nell’arredamento, nello stile. Anche nel pensiero e in ogni genere di attività. Non è un caso che una soluzione particolarmente efficace (e perciò brillantemente semplice) sia spesso definita “elegante” in diversi mestieri e discipline.
«Nulla è vero, se non ciò che è semplice» (Johann Goethe). «La semplicità è la forma della vera grandezza» (Francesco De Sanctis). «Non c’è grandezza dove non c’è semplicità» (Lev Tolstoy). «In carattere, maniera, stile, in tutte le cose, la suprema eccellenza è la semplicità» (Henry Wadsworth Longfellow).
Potrei continuare all’infinito.
Meglio essere semplice!
Semplice non vuol dire sciocco! È un modo diffuso di esprimersi o di pensare. Ma è profondamente sbagliato. Tutti noi, nelle esperienze della nostra vita, incontriamo persone “semplici” che sono molto più intelligenti di tanti cosiddetti “intellettuali”.
«Gli aspetti delle cose che sono più importanti per noi sono nascosti a causa della loro semplicità e familiarità» – Ludwig Wittgenstein.
La semplicità non va confusa con l’ingenuità, la sprovvedutezza, la dabbenaggine, l’infantilismo. Ciò che impedisce che degeneri in simili atteggiamenti è il fatto che essa è sempre congiunta alla virtù della prudenza: questa fa sì che lo sguardo dell’uomo non si lasci ingannare dal sì o dal no della volontà, ma fa dipendere il sì o il no della volontà dalla verità, da come stanno veramente le cose, perché la realizzazione del bene presuppone la conoscenza e la valutazione obiettiva della realtà concreta.
Credo che il punto delicato, quanto fondamentale, sta nel non confondere la semplicità con il semplicismo. L’arte della semplicità è difficile e sottile quanto l’esercizio dell’intelligenza. L’una e l’altro richiedono impegno, pazienza, approfondimento, un’insaziabile curiosità – e una perenne coltivazione del dubbio. Per quanto chiara, nitida ed efficace possa essere una soluzione, dobbiamo continuare a chiederci se e come ce ne possa essere un’altra ancora più funzionale, più lucida e più semplice.
La semplicità non è solo una conquista intellettuale, è anche un’emozione. Scoprire la chiave semplice di un problema apparentemente complesso ha un intenso valore estetico. È una gioia in sé, prima ancora delle sue piacevoli conseguenze. Ci dà una chiara, inconfondibile percezione di bellezza e di armonia.
Innamorarsi della semplicità è affascinante. Ed è uno dei modi più efficaci per coltivare l’intelligenza, un’esperienza migliorare la nostra vita e quella degli altri. Molte cose sono diventate più semplici, rispetto a un non lontano passato, perché abbiamo conoscenze e risorse che prima non c’erano o erano disponibili solo a pochissime persone. Ma ci stiamo anche complicando la vita in infiniti modi, che in parte dipendono dall’inefficienza delle comunicazioni, in parte dal nostro comportamento e da quello delle altre persone … e in parte da un cattivo uso delle tecnologie. C’è un grande bisogno di semplicità. Sembra che, un po’ per volta, questa percezione stia cominciando a diffondersi. Semplicità equivale a buon senso, a equilibrio: questo l’insegnamento che sembriamo trarre sempre di più dalla vita di tutti i giorni.
Spesso si dice che le cose più semplici siano sempre le cose migliori. Che, forse, siano le uniche che meritano di essere perseguite per condurre una vita sana e tranquilla; le sole quindi da cercare, perseverare e valorizzare, sempre. Le cose complicate, al contrario, sono assolutamente da evitare, da rigettare a priori, perché non hanno alcun senso, e perché l’apparente caos che producono – in quel loro tramestio sconclusionato – non è minimamente gestibile, né comprensibile: risulta difficile da declinare nelle nostre singole (e complicate) vite. Per questo motivo, la semplicità fa star bene, non crea problema, ed è sempre comprensibile: la possiamo utilizzare a nostro piacimento quando e come vogliamo: è una cosa immediata.
La semplicità peraltro non è certamente virtù infantile, è piuttosto infanzia ritrovata, riconquistata, frutto di dominio di sé e di progressiva liberazione dall’amor proprio, si impara poco alla volta, è frutto di ascesi, si alimenta costantemente alle fonti della parola di Dio e della vita dei santi. In quanto tratto eminentemente evangelico, essa traspare in ogni comportamento del cristiano e nella vita della Chiesa.
Siamo tutti consapevoli che «non è così semplice essere semplice» ma ai semplici soltanto è concesso lo istruirsi alla scuola di nostro Signore. la sua dottrina è un enigma per i sapienti e i prudenti del secolo: don Bosco ci vuole che ricominciamo ad essere semplici come lo è stato Lui.
La semplicità spesso si identifica con chiarezza.
Insomma la semplicità è equilibrio che, inevitabilmente, si trasforma in armonia, in sintonia, in eutonia e, quindi, anche in serenità, pace, appagamento profondo, realizzazione e felicità.
La semplicità è la forma della vera grandezza perché è il nocciolo, il cuore autentico della realtà, spogliato degli inutili fronzoli che ne mascherano le pecche, le mancanze.
La semplicità è la bellezza allo stato puro che è nel contempo, anche perfezione, verità, bontà che non hanno paura di mostrarsi nella loro nuda realtà perché non hanno difetti.
«Il primo aspetto che ci colpisce nella santità di don Bosco, e che è li quasi a nascondere il prodigio dell’intensa presenza dello Spirito, è il suo atteggiamento di semplicità e di allegria che fa apparire facile e naturale ciò che in realtà è arduo e soprannaturale» (E. Viganò).
Semplicità virtù da riscoprire.
La semplicità è la virtù della persona che è priva di artificio e affettazione, che non finge e non è preoccupata della propria immagine o della propria reputazione, che non è mossa da calcolo, è trasparente e naturale. Ma per viverla bisogna tornare all’essenziale, semplificando tanti aspetti della propria vita.
Nella prospettiva della vita cristiana, la semplicità – che è sinonimo di verità, abbandono, umiltà, spirito di infanzia – esprime un atteggiamento fondamentale di chiunque voglia essere fedele al Vangelo. La semplicità, infatti, appare un tratto caratteristico e originale di Gesù: nelle parole, nei gesti, nel suo stile di vita. Per questo, ogni virtù cristiana, senza di essa, mancherebbe dell’essenziale: cosa vale una carità ostentata, un’umiltà ricercata, un coraggio soltanto dimostrativo, una povertà scelta per protesta?
Semplicità e spirito di infanzia si richiamano a vicenda; ciò spiega perché Gesù raccomanda di essere come i bambini.
Leonardo Spadavecchia