Di Loreto Venditto – LA CHIESA CHE AMO
Amo una Chiesa dinamica, che non si fermi mai. Una Chiesa che vada sempre in una direzione: verso le periferie, e che sappia fermarsi solo davanti al drogato, alla prostituta, al derelitto, al diverso — o meglio, come sintetizzava in una sola parola il grandissimo saggista e profeta Padre Arturo Paoli, che li chiamava semplicemente “esclusi” — e si fermi solo per aiutarli e consolarli.
Amo una Chiesa che non giudica e che stia sempre dalla parte degli esclusi, senza pretendere che siano perfetti, e che li abbracci anche se contaminati.
Amo una Chiesa meno prudente, che sappia amare, ridere, gioire e risorgere come fece Gesù. Meno sicura, più fragile, più umana.
Amo una Chiesa di Chiese, tutto sullo stesso piano, dove nessuno sia primo e nessuno sia ultimo, ma tutte abbiano la stessa meta.
Una Chiesa che abbia il coraggio di gridare, insieme a tanti uomini, giustizia e libertà. Che difenda tutti e che tenga sempre i portoni aperti dei propri templi, case di tutta l’umanità.
Amo una Chiesa che sogna il sogno del suo Maestro. Forse è il sogno del nostro grande e immenso Papa Francesco, come dice lui stesso, venuto dalla fine del mondo per rivoluzionare e armonizzare la Chiesa.
Amo una Chiesa con meno riti e funzioni, ma più ricca di essenzialità, dove il clero non sia un semplice gestore del sacro, ma un educatore semplice, come fu il nostro Signore.
Non interpretatemi male: non voglio abolire i riti, le messe, gli incontri, le cerimonie. Ma queste dovrebbero essere come ciliegine sulla torta, che completano la bellezza del dolce.
Come diceva un grande teologo brasiliano, Leonardo Boff, “il cervello degli uomini ragiona e pensa dove i piedi poggiano”: è diverso il modo di pensare di chi cammina sui marmi rispetto a chi poggia i piedi sull’asfalto, o peggio, sulla nuda terra.
Termino dicendo che io sogno una Chiesa profetica, come fu profetico il nostro Signore.