Forse qualcuno pensa che il pensiero di don Bosco, là dove ha inteso e praticato il sistema preventivo per evitare che i suoi ragazzi andassero incontro a comportamenti devianti della legalità e quindi soggetti a sanzioni e pene repressive, possa essere considerato superato quando l’idea della repressione prevale sulla rieducazione dei giovani a prescindere dal reato commesso, dalla appartenenza ad un tipo di famiglia, dal comportamento tenuto dai genitori nei suoi confronti, dalla nazionalità di provenienza, dal coloro della pelle.
Il problema delle carceri per i minori ha avuto risonanza recentemente per le violenze subite da alcuni carcerati da parte di uomini della polizia penitenziaria.
Per inciso, di fronte a tutti coloro, e sono tanti, che pensano che il carcere debba essere una specie di inferno che spaventi i soggetti dal ripetere le azioni criminose, ovvero il contrario, godono di sistemazione carceraria fin troppo comoda con televisori ed altro, non si può che affermare quanto siano diffusi i luoghi comuni che generano un senso diffuso di giustizialismo che ignora i veri problemi delle carceri italiane.
Intanto si registrano nelle carceri un numero di suicidi impressionante. Perché se devi condividere una stanza di pochi metri quadrato con altri reclusi, perdi subito la tua dignità di persona: sei poco meno di un animale che si tiene in gabbia e non puoi che peggiorare aumentando la tua aggressività verso la struttura e, quando la rivolti contro te stesso, non ti rimane che il suicidio.
Perché quindi ho inteso richiamare il sistema preventivo di don Bosco come l’unica soluzione all’affollamento delle carceri minorili.
Gli addetti a lavoro, e per tutti il cappellano del carcere minorile Beccaria don Claudio Burgio ha denunciato il tentativo dell’attivita’ politico parlamentare di inasprire le pene che a suo dire sono inefficaci per diminuire le devianze. In poche parole, se non si procede ad una profonda opera di riabilitazione, rieducazione con programmi che vedono i minori reclusi impegnati a ricostruire il loro vissuto interiore, i loro obiettivi immediati e futuri, le loro speranze, gli stessi ripeteranno, come una coazione a ripetere, gli stessi comportamenti che li hanno portati al carcere.
In Italia sono reclusi 380 minori in 16 strutture. Notevole la percentuale di stranieri. Ciò è dovuto al fatto che diversamente dagli italiani, non hanno familiari all’esterno che in qualche modo si occupino della loro vita. Sotto certi aspetti un dato positivo è che i reati verso la persona ( i più allarmanti) raggiungono il 18,9 % mentre quelli verso il patrimonio sono pari al 61,2%.
La giustizia minorile ha avuto una profonda riforma nel 2018 consentendo una apertura delle carceri verso istituzioni esterne: scuola, formazione professionale, lavoro, assistenza sanitaria. Questa visione alternativa al carcere consente di tenere il fenomeno minorile sotto controllo e foriero di miglioramento.
Tuttavia oggi l’allarme sociale proviene dalle così dette Baby Gang. Lo stupro di due cugine di 10 e 12 anni avvenuto nel Comune di Caivano, ha prodotto un decreto “ misure urgenti di contrasto al disagio giovanile, alla povertà educativa e alla criminalità minorile, nonché per la sicurezza dei minori stessi in ambito digitale”.
Il decreto, tra l’altro, prevede sanzioni fino a due anni per i genitori che non provvedono, su ammonizione delle autorità, a mandare il proprio figlio a scuola, perdendo anche il reddito di inclusione (stabilito per le famiglie che hanno un reddito basso),
La istituzione di un Commissario che gestisce le risorse messe a disposizione del Governo per le infrastrutture di aggregazione ( campi di calcio ed altro), consente allo stesso una autonomia di decisioni in un territorio condizionato dalla criminalità organizzata.
E tuttavia, alcune associazioni, cappellani, educatori, sono critici nella parte in cui si addossa la responsabilità dell’obbligo scolastico, unicamente alla famiglia.
Essa infatti, spesso è vittima del degrado ( genitore che non lavora, abitazione fatiscente, poco sostegno sociale) piuttosto che artefice della vita deviata del proprio figlio.
Ciò che può trasformare la vita di un minore in difficoltà è amarlo e sentirsi amato.
E’ la logica di don Bosco che ha speso la sua vita per questo obiettivo ma è anche la dimostrazione che questo comportamento si situa in un orizzonte che va al di là ed al di sopra di qualsiasi legge, benchè sia una buona legge.